L'Irlanda e un rugby giocato all'insegna dell'ottimismo

Una volta durante un meeting tra capi di stato, sarà stato a cavallo del Duemila, chiesero al Primo ministro irlandese Bertie Haern un pronostico sulla partita che l'Irlanda avrebbe giocato l'indomani contro gli All Blacks. E lui: "Faremo una grande partita, puntiamo a batterli". Attimi di stupore tra i cronisti. Gli All Blacks al tempo imperversavano per l'Europa affrontando ogni settimana una Union del Regno Unito con l'obiettivo di aggiudicarsi il Grande Slam (filotto di vittorie). Al che il giornalista lo incalzò nuovamente e gli chiese quale fosse il motivo di tanta sicureza. E Bertie: "Ottimismo, dear. E' tutta la nostra storia". di Ronald Giammò
12 AGO 20
Immagine di L'Irlanda e un rugby giocato all'insegna dell'ottimismo
Una volta durante un meeting tra capi di stato, sarà stato a cavallo del Duemila, chiesero al Primo ministro irlandese Bertie Haern un pronostico sulla partita che l'Irlanda avrebbe giocato l'indomani contro gli All Blacks. E lui: "Faremo una grande partita, puntiamo a batterli". Attimi di stupore tra i cronisti. Gli All Blacks al tempo imperversavano per l'Europa affrontando ogni settimana una Union del Regno Unito con l'obiettivo di aggiudicarsi il Grande Slam (filotto di vittorie). Al che il giornalista lo incalzò nuovamente e gli chiese quale fosse il motivo di tanta sicurezza. E Bertie: "Ottimismo, dear. E' tutta la nostra storia". L'indomani gli All Blacks sbarcarono a Dublino, segnarono sessanta punti, salutarono e proseguirono il loro tour.

Se il rugby è dare la caccia ad un pallone che "è un sacco di vento", allora nesuno ha credenzali migliori dell'Irlanda per provare ad acciuffarlo. Perchè vita e storia, per gli irlandesi, hanno davvero rimbalzi imprevedibili e nessuno meglio di loro può capire cosa voglia dire provare continuamente a riscriverle, essere ricacciati sempre sotto i pali della vita e tornare a metà campo rimboccandosi le maniche con l'idea di riprovarci. Follia, fede incrollabile, e ottimismo. Ottimismo dapprima come ponte per superare differenze secolari. Niente Irlanda e Irlanda del nord. Cattolici o protestanti. Quando si gioca a rugby c'è una sola Irlanda, quattro province e un inno nazionale. O come soffio per tenere accesa una speranza, che dopo carestie, migrazioni e ritorni si possa tornare anche a giocare a rugby e con lui ritrovarsi, riconoscersi, ricominciare.

Devono averne avuto davvero tanto di ottimismo per rimettersi in piedi, gli irlandesi, quel giorno del 1991. Coppa del mondo di rugby. Sembrava impossibile. Un mondiale in casa e una squadra ambiziosa. Le vittorie che arrivano, la fiducia che cresce e il calendario che si incastra alla perfezione. Se davvero il rugby è lo sport giocato in paradiso, quel giorno da lassù era chiaro che qualcuno stesse cercando di dire qualcosa all'Irlanda. I verdi giocarono il loro quarto di finale in casa contro l'Australia, la grande favorita del torneo. La partita è combattuta. Lo stadio colmo di gente. A pochi minuti dalla fine sono sotto nel punteggio e decidono di andare all'attacco: corsa, passaggi e un innocuo calcio rasoterra. Quando a rugby si calcia di solito lo si fa per due motivi: o non si hanno più idee, o non si ha più fiato. Farlo alle spalle di David Campese (il Messi dell'epoca) voleva dire non avere neanche più lucidità: l'avrebbe raccolta, l'australiano, riportata in avanti e infilato la difesa a suon di finte. E invece scivolò. L'ovale fu allora raccolto da un accorrente irlandese che, placcato, fece in tempo a passarla a Geordan Hamilton per quella che resta l' "heroic run" più famosa del rugby d'Irlanda. Trenta metri corsi in maniera scoordinata e tenace fino all'atterraggio, altrettanto sgangherato, oltre la linea di meta. L'immagine del flanker irlandese seduto sull'erba, il pugno in alto, e sommerso dal pubblico è tra gli spot più belli di questo sport. Mancavano due minuti alla fine del match e l'Irlanda era in vantaggio. Bisognava solo aspettare che il tempo passasse e che gli australiani sbagliassero.
Non sbagliarono. "Sapevamo che avremmo dovuto essere perfetti", dirà qualche anno dopo Nick Farr-Jones, capitano di quell'Australia. Alla ripresa del gioco i wallabies recuperarono il pallone e se lo passarono fino a che arrivò nuovamente tra le mani di Campese, e a nulla valse il placcaggio che lo atterrò a pochi meti dalla linea di meta. Quello cascò, alzò il pallone al compagno in sostegno che lo schiacciò all'incrocio delle linee per il nuovo sorpasso. Meta in bandierina. Silenzio sugli spalti.

Ad esser ottimisti si finisce però con l'esser ricompensati. Passano gli anni, magari le generazioni, ma prima o poi accade di trovarsi sulla traiettoria del rimbalzo giusto. E se la ricompensa è un mix perfetto di muscoli e intelligenza, con due gambe definite "mercuriali" dalla stampa di tutto il mondo, allora ci si accorge di come tutto non sia accaduto per caso. E' il 1999 quando Brian O'Driscoll gioca la sua prima partita in nazionale. Il rugby non aveva ancora imboccato la via del professionismo e la classe ancora non era stata accerchiata dai muscoli. Da allora O'Driscoll ha collezionato altre 119 presenze con la maglia verde dell'Irlanda divenendone dapprima giovanissimo capitano, e ora ambasciatore rispettato (il Messi di oggi). Ma la storia non sarebbe una storia d'Irlanda se non portasse con sè un capitolo dedicato ad una caduta. Meglio se questa arriva quando si è all'apice della propria carriera. Nel 2005, a quasi quarant'anni dalla loro unica vittoriosa spedizione laggiù, i British Lions oltre alla qualità decidono di affidarsi alla superstizione nominando proprio O'Driscoll capitano della spedizione in Nuova Zelanda. Irlandese come McBride, il capitano vittorioso della prima volta. L'Irlanda ha appena vinto il Cinque Nazioni finendo imbattuta, molta Guinness è stata bevuta e sull'isola sono in molti a credere che l'impresa sia possibile. E invece pochi secondi dopo il calcio d'avvio, durante un banale raggruppamento, O'Driscoll viene sollevato da due avversari e conficcato nel terreno come una lancia. Risultato: clavicola fratturata, tour finito, Lions sconfitti.
Oggi, otto anni dopo, il capitano d'Irlanda ha deciso di chiudere la sua carriera e il caso ha voluto che la sua ultima partita coincida con la sfida all'Italia di sabato pomeriggio. Ammaccato e pericoloso come sempre ci farà trattenere il fiato fino alla fine. Al fischio finale, comunque vada, saranno applausi. Poi, calato il sipario, anche O'Driscoll tornerà a casa con una storia in più da raccontare.
di Ronald Giammò